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La Juventus affonda nel vuoto: il sesto posto che certifica la fine di un’epoca

La Juventus affonda nel vuoto: il sesto posto che certifica la fine di un’epoca

69 punti, niente Champions League e una sensazione sempre più profonda di smarrimento.

Una classifica che pesa come una sentenza

Ci sono numeri che raccontano molto più di una stagione negativa. Il sesto posto della Juventus, con appena 69 punti conquistati, non rappresenta soltanto un fallimento sportivo: è il simbolo di una squadra che sembra aver perso sé stessa. Per un club abituato a dominare il calcio italiano, a trasformare la vittoria in normalità, restare fuori dalla Champions League assume il sapore di una frattura storica. La Vecchia Signora chiude così una stagione grigia, senza slanci, senza continuità e soprattutto senza quell’aura di superiorità mentale che per anni aveva intimorito qualsiasi avversario.

Tudor e Spalletti: due allenatori travolti dalla crisi

La stagione bianconera porta le firme amare di Igor Tudor e Luciano Spalletti. Il primo non è riuscito a dare solidità e continuità alla squadra; il secondo, arrivato per tentare di salvare il salvabile, si è ritrovato immerso in un ambiente già sfibrato mentalmente. Due tecnici di alto profilo, entrambi però incapaci di invertire la deriva. Ed è forse proprio questo il dato più inquietante: il problema della Juventus sembra andare oltre la guida tecnica.

Il paragone con gli anni più bui

Per ritrovare una Juventus così distante dai vertici bisogna tornare agli anni precedenti alla rivoluzione di Antonio Conte. Le stagioni 2009/10 e 2010/11 rappresentavano fino a oggi il punto più basso dell’era moderna bianconera. Oggi quel paragone non appare più esagerato. Anzi, la sensazione è che il declino sia stato persino più lento e subdolo. Un progressivo allontanamento dalla mentalità vincente che aveva costruito il dominio del decennio scorso.

Ora serve una scelta vera

La Juventus arriva all’estate davanti a un bivio decisivo: continuare con interventi superficiali o affrontare finalmente una ricostruzione profonda. Perché il problema non sembra essere soltanto tecnico o tattico, ma culturale e identitario. Le grandi squadre possono cadere. La storia del calcio lo insegna continuamente. Ma ciò che distingue i club destinati a rinascere da quelli destinati a restare prigionieri della propria nostalgia è la capacità di capire quando un ciclo è davvero finito.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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